Una Piccola Impresa Musicale
La Bestia Umana


Presentazione del libro di Argentino D'Auro, in uscita il 20 luglio 2016





Borrello (Chieti), fine anni settanta. Un gruppo di adolescenti, durante le loro spensierate estati, accomunati dalla passione per la musica, si trova a mettere insieme le proprie inclinazioni artistiche per realizzare un ambizioso progetto: comporre un’opera rock, sulla falsa riga dei concept-album dei grandi gruppi del rock-progressive, tanto in voga in quegli anni di immaginifica creatività.
Testi e musiche però, una volta scritti, furono accantonati a causa delle vicende che il naturale corso della vita impose a quei ragazzi. Finalmente, dopo quarant’anni, quei testi e quelle musiche tornano alla luce, grazie al fatto che quelle composizioni non sono mai state dimenticate. Questa volta, quel progetto rimasto sospeso diventa realtà, assumendo, le forme di uno spettacolo, di un libro, di un CD, di video fantasiosi e disegni onirici.
A dispetto degli anni trascorsi, purtroppo, il tema della natura e dell’ambiente violati dalla “Bestia umana” resta ancora di drammatica attualità.
Quei ragazzi, oramai diventati uomini, devono prendere atto che, loro malgrado, su questa problematica poco si è fatto e tanto ancora si dovrà fare per salvare l’ecosistema, e cioè la nostra vita.




LA BESTIA UMANA: LA ROCK-OPERA ECOLOGICA DEGLI ANNI ’70 DI UN GRUPPO DI RAGAZZI DI BORRELLO
di Argentino D’AURO

In questi giorni di metà luglio dell’estate 2016, finalmente, giunge a compimento il progetto multimediale di pubblicazione contestuale del CD (La Bestia Umana) e del libro (Una piccola impresa musicale: la Bestia Umana ovvero la via borrellana all’opera rock) che hanno riportato alla ribalta l’opera rock giovanile intitolata “La Bestia Umana”, la cui genitura, risalente intorno alla fine degli anni settanta, è riconducibile agli Sfaratthons, per quanto attiene alle musiche, ed al sottoscritto, per quanto concerne i testi, fatta accezione per alcuni brani di Cecilio Luciano.
L’articolato linguaggio di comunicazione sperimentato in questo progetto si è, altresì, arricchito, cammin facendo, del contributo grafico e pittorico di Luca Luciano. Questi, membro del nucleo fondatore degli Sfaratthons ed oggi valente e noto pittore affermato in campo nazionale, ha magistralmente illustrato alcune canzoni che fanno parte dell’Opera.
Sembra ieri, anche se era il mese di settembre dell’anno scorso, quando ricevetti una telefonata da Luca Di Nunzio, che mi spronava ad accelerare il commento dei testi della rock-opera, che, saltuariamente, senza una cadenza fissa, stavo già pubblicando su Borrellosite. In quell’occasione, mi manifestò l’intenzione che andava progressivamente maturando presso gli storici fondatori degli Sfaratthons di presentare al pubblico, durante il periodo natalizio, finalmente, dopo quasi quarant’anni, la Bestia Umana. Dopo un primo momento di titubanza e perplessità (i tempi mi sembravano troppo stretti), cedetti alle insistenze di Luca e così, anche io, mi misi a lavorare alacremente al progetto. Mi sembrava giusto che questo lavoro, ai più sconosciuto, meritasse di riaffiorare dall’oblio della notte dei tempi, se non altro, per rimarcare il grado di maturità raggiunto da quel gruppo di adolescenti nell’affrontare la questione tanto delicata quanto complessa del rapporto fra l’uomo e la natura. Rapporto dalle mille sfaccettature, dal momento che esso comprendeva importanti temi come l’inquinamento, l’alienazione dell’essere umano, le lotte interrazziali, il contrasto fra il nord ed il sud del mondo, per citarne solo alcuni. Decidemmo di optare, operando una deliberata scelta di campo, in favore di una prospettiva chiaramente engagé, incentrata sulla critica del funzionamento di un sistema economico e sociale votato all’autodistruzione. I testi e le musiche dell’opera erano figlie di quei tempi. La musica rifletteva una evidente predilezione per il rock progressive tanto in voga all’epoca. I maggiori gruppi di riferimento di quel genere erano anglosassoni, come i Genesis, i Jethro Tull, ed italiani, certamente non meno importanti delle band straniere citate, come Banco del Mutuo Soccorso, P.F.M. e Le Orme. Le liriche che accompagnavano le musiche, invece, traevano ispirazione prevalentemente dal mondo cantautoriale e da quegli stessi gruppi progressive, che facevano delle loro canzoni delle vere e proprie poesie, che si ponevano in netto contrasto con i canoni imperanti nell’allora musica italiana. Vale la pena di ricordare che la maggior parte delle canzoni prodotte in quegli anni appartenevano al genere della  cosiddetta “musica leggera” che, in taluni casi limite, in maniera spregiativa, venivano apostrofate con la locuzione di “canzonette”, dal momento che il tema dominante affrontato in quei testi si poteva facilmente sintetizzare nel binomio indissolubile costituito dalle parole cuore/amore. Prendendo le mosse da questi presupposti, la “Bestia Umana” divenne il luogo privilegiato attraverso il quale vennero messi in risalto i comportamenti deteriori dell’essere umano e l’irreversibile declino della sua morale. Gli Sfaratthons denunciarono questa decadenza e suonarono un campanello di allarme nei confronti dei falsi miti imposti dalla modernità imperante, che sembrava avere la meglio sul buon senso e su tutte quelle coscienze che non si rassegnavano a questo abbrutimento e a questa parabola umana.      
La riproposizione dell’opera e la rilettura in prospettiva storica dei testi che la componevano, mi hanno persuaso della bontà del lavoro che all’epoca svolgemmo, anche alla luce della drammatica attualità che quelle tematiche ancora conservano nel mondo contemporaneo.
L’analisi dei testi, infatti, permette di cogliere tutta la modernità che l’opera ha mantenuto in questi ultimi quattro decenni.
Il tema della stupidità dell’uomo, caratterizzata da un misto di arroganza e di delirio di onnipotenza, è affrontato proprio da “La Bestia Umana”, la title-track dell’Opera. La falsa illusione della certezza del dominio del mondo attraverso la scienza è solo il preambolo alla devastazione di tutto ciò che lo circonda. Con “La civiltà perduta” viene messa in risalto l’ipocrisia che spesso governa le azioni dell’uomo. Dietro il suo finto buonismo, spesso, si nascondono interessi economici ed egoistici che travalicano le apparenze immediate. Ne “La dolce illusione” vi è la presa d’atto che, nonostante le inclinazioni e le pulsioni verso il male, nell’uomo sopravvive una dimensione spirituale ed una cultura degli affetti, dai quali non può prescindere e che la sua natura non può fingere l’inesistenza. La storia è testimone che nella coscienza umana lottano senza tregua, come su un proscenio teatrale, il bene contro il male. Affinché il primo prevalga sul secondo, è necessario che il bene risalga nella graduatoria delle priorità e che non rappresenti solo una legittima aspirazione ma una concreta realtà.
La trilogia rappresentata da “Smog”, “Il Verde” e “Dopo” ci fa percepire con immediatezza come i mezzi che utilizziamo per aggredire l’ambiente in cui viviamo, come lo smog e la sottrazione del suolo, causati dall’industrializzazione e dall’urbanizzazione, costituiscono degli attentati alla nostra stessa esistenza. Purtroppo, solo dopo, quando probabilmente è troppo tardi, vi è un tardivo pentimento per aver commesso questi crimini contro l’ambiente naturale. Ma gli atti di violenza a cui l’egoismo umano ci ha abituato si manifestano anche sotto altre forme. In “Life in a prison” si perpetuano e vengono perpetrati anche in danno di altri uomini. Il tema è quello del Nord e del Sud del mondo, del contrasto fra paesi sviluppati e sottosviluppati, attualmente declinato nel fenomeno della globalizzazione. Una via di fuga da questa sequela di disastri emerge da “Epilogo”. Nel testo, la salvezza dell’uomo, in assenza di vie alternative, viene affidata agli alieni. Ma purtroppo anche questa soluzione non risulta decisiva, dal momento che essa si dimostra essere solo un sogno, che ci fa ridestare in una realtà, ahimé, che non accenna a modificarsi in positivo. Con “Uomo”, il quadro pessimistico delineato nei precedenti testi sembra evolvere verso una speranza, sia pur flebile, a condizione che l’essere umano prenda coscienza del suo passato e delle sue origini, che lo spingano a non dimenticare che il suo mondo, all’inizio, era il Creato, cioè il Paradiso, quel luogo, per definizione, concentrazione di bellezza e di benessere, la cui deturpazione non può che far dispiacere a Dio.     
A conclusione di questo lavoro, sono dell’avviso che la rock-opera, nel suo piccolo, aveva precorso i tempi, anticipando una serie di temi che oggi sono di stretta attualità. Essa, a mio parere, è pervasa da una forte tensione morale e, forse, anche da una certa spiritualità. Mi piace anche pensare che, a dispetto di tutti questi anni trascorsi dalla stesura originaria, in un mondo caratterizzato dalla rivoluzione digitale e da mode che lo solcano con la rapidità di mainstream planetari, la nostra generazione dei dischi di vinile appoggiati sul piatto dello stereo, può, a buon diritto, ritenersi orgogliosa di sé stessa. Inventarsi un concept, sviluppare una serie di testi legati da un unico filo conduttore, elaborare lunghi temi strumentali caratterizzati da cambi di tempo e dall’impiego di molteplici strumenti, pervenire alla pubblicazione del CD e del libro innanzi citati e curarne, da ultimo, la post-produzione, è stato un impegno culturale di non poco conto che ci ha ampiamente gratificati, anche dal punto di vista delle capacità organizzative. Non a caso il libro allude al nostro sforzo cooperativo definendolo “una piccola impresa musicale”. Proprio in questi giorni, una pura fatalità ha voluto che leggessi un articolo di Eugenio Finardi sul senso e lo scopo della musica nella nostra società contemporanea. Secondo l’autore di Musica ribelle, bisogna scrivere canzoni che abbiano un senso ed un messaggio da comunicare. Non solo. Aggiunge che “volevo fare musica per un ideale, per cambiare il mondo, per la realtà in cui vivevo1”. Ecco, probabilmente, queste parole racchiudono il senso della nostra esperienza musicale e letteraria, che la “Bestia Umana”  ci ha consentito di rivivere in questo ultimo anno di intenso lavoro finalizzato a diffonderne la conoscenza.  
A questo punto, non resta che augurare a tutti un buon ascolto e una buona lettura.

1 E. FINARDI, Ma la musica non è solo una questione di estetica, in Vita e Pensiero, n. 2/2016, pagg. 144-148.




www.sfaratthons.eu 2015-2018 Tutti i diritti riservati.