LA BESTIA UMANA NEI “VERSICOLI QUASI ECOLOGICI” DI GIORGIO CAPRONI


di Argentino D'Auro

Attoniti e rabbiosi assistiamo impotenti al progressivo degrado del nostro ambiente naturale. L'innalzamento della temperatura globale (global warming) e l'aumento delle emissioni di gas serra sono additati fra le principali cause dei recenti disastri ambientali. Ne sono testimonianza, ancora palpitante e dolorosa, le recenti intensissime piogge alluvionali, causa delle violente esondazioni dei fiumi o delle feroci mareggiate, capaci di provocare la perdita di molte vite umane.
Proprio in una fase così drammatica per la salvaguardia dell'ambiente, gli accordi di Parigi del 2015 sulla lotta al cambiamento climatico rischiano di essere cancellati unilateralmente dall'attuale amministrazione americana del presidente Trump, per la mancanza di volontà di rispettare gli impegni assunti dal presidente uscente Obama.
L'incertezza determinata da questo improvviso mutamento nella politica mondiale sulla tutela ambientale genera un senso di paura sulla frustrante incapacità delle élite politiche di saper gestire una emergenza così gravida di implicazioni per la stessa sopravvivenza del globo terraqueo.
La legge del PIL (prodotto interno lordo) sembra essere l'unico feticcio degno di rispetto, al quale tutti sono pronti ad immolarsi per il bene dell'umanità. Ma se questo falso idolo dovesse continuare ad imporsi e a dettare le sue ferree leggi, siamo certi che possa rappresentare l'antidoto giusto per risollevare il genere umano dalla condizione di precarietà economica nella quale vive la sua maggior parte?
Questi timori sono di stringente attualità, ma albergano, oramai da diversi lustri, nelle coscienze più sensibili che hanno a cuore le problematiche del cosiddetto sviluppo sostenibile. L'interesse è così vivo che una traccia data per la prova di italiano per la maturità 2017 ha proposto ai candidati una lirica del poeta Giorgio Caproni intitolata “Versicoli quasi ecologici”.
La poesia in questione, risalente agli anni settanta, ha fatto da eco significativa a queste problematiche. Essa si propone come un vero e proprio inno alla natura, per la quale il suo autore auspica, finalmente, il sopravvento sull'uomo. I versi che seguono evidenziano il forte contrasto di interessi, ancora in via di composizione, che contrappone l'uomo al suo habitat:

 
Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l'uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L'amore
finisce dove finisce l'erba
e l'acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l'aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l'uomo, la terra.


Luca Luciano - schizzo
www.lucianolucapittore.it


Intendo parlare di questa Poesia perché è di palmare evidenza come essa sia in piena sintonia con il sentiment espresso dalla title track della omonima rock-concept opera denominata “La Bestia Umana”. Infatti, da una attenta analisi testuale, fra i due testi si possono scorgere affinità e similitudini nella rappresentazione simbolica del dramma individuale e collettivo che l'essere umano vive nel sistema economicistico nel quale è socialmente inserito.
La bestia umana, cioè l'uomo concepito nella sua esclusiva essenza materialistica, si scopre privo di freni inibitori e, senza alcun scrupolo, sottomette la natura ai suoi bisogni. Non pensa alla necessità, peraltro anche egoistica legata alla sua sopravvivenza in una prospettiva di più lungo periodo, di preservarne la bellezza  e la capacità di riprodurre quelle risorse materiali indispensabili per la sua vita biologica. Paradossalmente, la propria ambizione di ricchezza economica mina le stesse fondamenta della casa nella quale dovrebbe prosperare per godere di quel benessere disperatamente agognato ed elevato ad obbiettivo principale della sua esistenza. Il proprio habitat diventa il luogo ove si riversano tutte le sue aggressioni. In questo senso è emblematica la quartina della “Bestia Umana” che recita: “Solo un grande immenso fragore/fra mille esplosioni un solo rumore/tutto è avvolto nella nebbia/non resta più niente, solo la sabbia”. A questa fa da contraltare, quasi ad integrarsi e a fondersi con essa il significativo verso del Caproni “Come potrebbe tornare ad essere bella la terra, senza l'uomo”, da cui traspare tutta la sfiducia nell'essere umano, il protagonista principe nel quale la provvidenza o il destino hanno riposto tutte le loro speranze finalizzate alla sua salvaguardia spirituale e materiale.
I “versicoli”, pubblicati nel 1972, pongono una riflessione sulle conseguenze del “miracolo economico” italiano, che di lì a poco, nel 1973, avrebbe subito un improvviso arresto a causa dell'imminente crisi petrolifera.
Il disinteresse dell'uomo nei confronti della natura è la prova per il Poeta che “l'amore finisce dove finisce l'erba e l'acqua muore”. Infatti, quando la ricerca parossistica di un benessere fine a se stesso rende ciechi fino all'autodistruzione ciò significa che l'uomo è votato inesorabilmente al culto dell'egoismo, cioè alla negazione dell'amore e della reciprocità. Questa visione catastrofica della sorte del pianeta Terra e dell'uomo, non di maniera ma concreta e reale, viene esemplificata da Giorgio Caproni con versi che seguono, descrittivi e colmi di un drammatico pathos, la cui intensità e significato non abbisognano di particolare spiegazione:” Dove (è il luogo in cui tutto finisce, come risucchiato da un buco nero, n.d.r.) sparendo la foresta e l'aria verde, chi resta/sospira nel sempre più vasto paese guasto”. La disperazione per l'irrimediabile perdita di un bene inestimabile come la natura che ci circonda viene colta e riecheggia anche nella quartina della “Bestia Umana” che recita: “Ormai sulle aride distese non c'è più vita/la terra bruciata dal sole scorre secca fra le dita/Sulle pianure, sui colli, nulla più germoglia/ogni seme, ogni pianta, ogni albero non ha più foglie”. E' la chiara presa d'atto che essa è stata definitivamente messa a nudo e spogliata della sua originaria rigogliosa bellezza.
Le conseguenze di questi comportamenti insensati, oggi, sono rappresentati dalla desertificazione di molte zone della Terra, un tempo non soggette a questo fenomeno, dal generale surriscaldamento del pianeta e da una drastica riduzione in valore assoluto delle precipitazioni. La fosca previsione dei versi “La natura ormai non da segni di vita/è stata presa alla gola e soffocata” è il tragico epilogo verso cui siamo avviati se non decidiamo di invertire la rotta verso un masochistico auto annientamento. Forse, ancora una volta il mondo della musica lancia un nuovo inascoltato grido di allarme sul come siamo diventati. Con l'acronimo F.E.A.R. (Fuck Everyone And Run), titolo del loro ultimo disco, i Marillon, famoso gruppo di rock – progressive britannico, hanno voluto sottolineare la tristezza di un mondo dove l'individuo pensa solo a se stesso, a conferma di quella fosca intuizione che alla fine degli anni settanta avemmo sugli scenari che il nostro futuro ci avrebbe prospettato. Questo titolo, probabilmente, è la didascalia che meglio descrive un mondo che si avvia, o forse meglio, che si è già ben avviato, inesorabilmente, alla deriva.      


1 Gli impegni assunti dalla precedente presidenza Obama, in sintesi, contemplavano una riduzione fino al 28% entro il 2025 delle emissioni dei gas nocivi rispetto bai dati raggiunti nel 2005, attraverso un piano di risanamento delle centrali elettriche ed il finanziamento di misure volte al contrasto del fenomeno del global warming.





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