I SOGNI DI ROCK AND ROLL DELLA "CIVILTÀ PERDUTA"
DEGLI SFARATTHONS


di Argentino D'Auro


a cura di Luca Di Nunzio


In un contesto economico e politico dove i valori religiosi e sociali possono ritenersi morti e sepolti, viviamo sempre più nella solitudine e nella incertezza del domani. La realtà impietosamente offre un panorama di miseria e di squallore, in cui i temi dominanti, di necessità, sono quello dei soldi e del lavoro.
Si avverte l'ascesa di un forte senso dell'egoismo ed un sempre e più diffuso senso di arroccamento su se stessi, nella errata convinzione che la propria missione individuale consista in una lotta per la mera propria sopravvivenza. Un conflitto privo di un progetto salvifico e palingenetico dei propri simili e della società e, quindi, inutile a scongiurare l'eclissi del bene e della decenza e di quel senso di umanità indispensabile per affermare la ragione della nostra esistenza in questo mondo.
Il pezzo che viene proposto, peraltro rimasto – con nostra somma sorpresa - incomprensibilmente senza titolo per oltre un trentennio, e per l'occasione ribattezzato “La Civiltà perduta”, conserva ancora tutta intatta la sua freschezza, per le tematiche di stringente attualità che affronta.
A circa trenta anni di distanza dall'originaria stesura, la lirica in questione prospetta tutta una serie di temi, quali la guerra, la ricchezza e la povertà, lo scriteriato sfruttamento delle risorse naturali e gli irreversibili danni all'ambiente, i popoli dei migrantes, le discriminazioni razziali e la presunta superiorità di alcuni popoli nei confronti di altri.
Ciò che trenta anni fa sembrava un altrove fantasioso e dalle tinte millenaristiche, oggi è la dura realtà, e la “Bestia umana”, a mio modesto parere, tende ancor di più ad accreditarsi come un'opera premonitrice e in anticipo sui tempi. Essa, pur nella sua semplicità stilistica, è comunque fieramente consapevole, nella piena autonomia e indipendenza intellettuale dei suoi autori, di non aver percorso sentieri già battuti. Poi, la crisi delle ideologie e il venir meno di tutte le illusioni di crescita e benessere diffuso, seguiti dal consumismo e dalle trasgressioni di vario genere, hanno fatto il resto. Sebbene dal testo traspare la particolare enfasi che ha dettato i versi, tutti ispirati da una ridda di sentimenti ed emozioni che, forse caoticamente, hanno avuto facile presa sul cuore sincero dell'autore, l'opera, allo stesso tempo, non intende essere una teologia dell'espiazione della colpa per i nostri delitti quotidiani contro l'ambiente e l'umanità, ma la semplice presa d'atto dei pericoli insiti nei miopi e poco avveduti comportamenti degli esseri umani.
Le ragioni del cuore e della giustizia hanno preso per mano l'autore e lo hanno spinto ad una apologia di un nuovo umanesimo contro l'interesse freddo e calcolatore di coloro che praticano sistematicamente l'abuso e la prevaricazione di pochi in danno di molti. Anzi, di più. Il testo in questione non intende affrancarsi dalla realtà per celebrare sé stesso in modo autoreferenziale, ma, al contrario, aspira, per quanto possibile, a scandagliarla e ad esaminarne le bruttezze e le storture presenti che minano in radice la stessa essenza del vivere civile.
Qualcuno potrebbe obiettare che le problematiche evocate sono banali, ma l'idea di farle conoscere ad altri, beninteso senza alcuna pretesa d'insegnamento, può essere stato d'aiuto a sensibilizzare gli animi a prendere coscienza dei pericoli connessi all'imbarbarimento dei rapporti umani, non solo su scala locale ma anche planetaria. A tal proposito, corre l'obbligo di precisare che i protagonisti di quella esperienza erano, all'epoca, appena adolescenti, sicché un eventuale ipercriticismo pessimistico sulle sorti dell'umana gente deve necessariamente tenere conto della giovane età, dell'inesperienza e del genuino slancio con il quale tutti insieme, ognuno per quanto di propria competenza, ci dedicammo all'impresa della rock-opera. Proprio a conferma del mio personale e totale coinvolgimento nella stesura dei testi della “Bestia umana” non dimenticherò mai un episodio che mi capitò mentre ero impegnato nella loro scrittura, cosa che, non di rado, avveniva a scuola durante le ore di lezione. All'epoca frequentavo il quarto liceo scientifico e ricordo distintamente che ero dedito a tale occupazione in una tarda mattinata di un giorno del mese di aprile inoltrato. Durante una lezione di italiano, quando la luce di una luminosa mattinata inondava la classe, rendendo attraverso i vetri l'aria piuttosto calda e, a tratti, rovente, sì che la fastidiosa ed insopportabile calura che vi ristagnava doveva essere temperata dalle fresche correnti d'aria indotte dall'apertura delle finestre, ero completamente immerso nella redazione di un testo. Lo stato di concentrazione era tale che avevo persino trascurato di adottare ogni minima precauzione, per evitare di essere eventualmente colto impreparato dal professore, qualora egli si fosse accorto del mio stato di distrazione. E la mia disattenzione fu tale che il professore, mentre spiegava muovendosi lungo i corridoi fra i banchi, giunse alle mie spalle senza che io potessi accorgermene. Egli, probabilmente, notò lo zelo e l'impegno che stavo dedicando a quei versi, così, incuriosito, si fermò dietro di me e interruppe la spiegazione. Si chinò ed accostò la sua testa alla mia, facendo capolino con il suo capo fino ad oltrepassare la linea delle mie spalle. Levò gli occhiali e, con mio sommo stupore, lesse in silenzio quelle righe. Ritengo, anche con particolare attenzione, dal momento che la lettura si protrasse per qualche minuto e, una volta terminata, mi guardò fisso negli occhi e, con rapidi e ripetuti cenni di assenso del suo capo, espresse, inequivocabilmente e a suo modo, due stati d'animo fortemente contrastanti. Da un lato, il suo disappunto per la mia evidente mancanza di rispetto, ma subitamente rimosso da un istintivo moto di comprensione per l'accaduto; dall'altro, il suo personale apprezzamento verso quelle righe che, per quanto scomposte e disordinate, probabilmente lo convinsero a tal punto da persuaderlo a non infliggermi alcuna punizione. L'implicita approvazione del docente, noto in città per essere un ispirato poeta e un fine letterato, mi convinsero definitivamente che quei testi, rubati allo studio e a qualche ora di tempo libero, tutto sommato, non dovevano essere così malvagi.
Rileggendo in prospettiva storica il testo che segue e quelli in precedenza presentati, i ricordi mi consentono di rammentare con una certa nitidezza che il tema ecologico, per quanto all'epoca potesse apparire di maniera, nel nostro caso, fu trasfuso in parole semplici ed in musica progressive, proprio allo scopo di renderlo pop, nell'accezione di popolare, rifuggendo da soluzioni stilistiche che fossero aristocratiche o populiste. Non ancora ne eravamo pienamente consapevoli, a causa dell'inesperienza e della nostra età ancora acerba, ma avevamo percepito che tutti eravamo a ballare sul Titanic alla vigilia della nostra decadenza prossima ventura.

Argentino D'AURO


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Brevemente aggiungo qualche nota musicale: il brano vede decisamente spiccare alcuni precisi elementi quali l'arpsichord iniziale, che da' un tocco di barocco alle sonorità rock dell'opera, i ripetuti e martellanti riff di basso, soprattutto negli intermezzi in 5/4, la solita batteria di Cecilio che spicca per la ritmica elaborata e mai scontata, e, ancora, il piano elettrico che ripete lo stesso accordo, quasi a scandire il tempo che la civiltà sta sprecando (sarebbe bello poter dire che i Toto in "Hold the Line" hanno copiato dai nostri…e a dire il vero l'ordine cronologico delle apparizioni potrebbe anche permetterlo!). Chiudo con una nota sull'assolo finale di sax, che sfocia in una sorta di free-jazz, o almeno una sua imitazione, dalle sonorità prog tipiche di gruppi quali i Perigeo.

Luca DI NUNZIO




LA CIVILTA' PERDUTA

L'uomo corre dietro vani sogni di conquista
dietro spettri che accecano la vista
l'odio e il terrore sono diventati i suoi miti:
i resti di una civilta' che ha celebrato i suoi riti

Il grande sole del progresso gli ha aperto gli occhi
ma nulla fa per vincere l'egoismo e combattere gli sciocchi
mentre i deserti e le aride sterpaglie tolgono la vita
a gente a cui non sara' restituita

Gli interessi bruciano i suoi sentimenti di carta
ed e' subito pronto a spartirsi ogni torta
la beneficienza non e' frutto del suo altruismo
ma un mezzo per nascondere il suo egoismo

Linteresse prevarica ogni sentimento
distrugge i cuori e fa nascere i nuovi sfruttatori
e la sete di giustizia si moltiplica e cresce
perche' il povero non vuole che si nutra di un solo pesce

Il colore della pelle ha alzato nuove barriere
che non saranno vinte, certo con le preghiere
l'egoismo razziale ha vinto ogni cuore
e accende la miccia del sacro furore

Ma i miserabili della terra
non possono muovere alcuna guerra
mentre i deserti e le aride sterpaglie tolgono la vita
a gente a cui non sara' restituita




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