"LA DOLCE ILLUSIONE"
della Rock-Opera degli Sfaratthons


di Argentino D'Auro


a cura di Luca Di Nunzio


L'ingenua illusione che il passato sia meglio del presente mi ha spinto a continuare nell'impresa di recupero alla memoria collettiva del climax nel quale maturò la realizzazione dell'opera-rock intitolata "La bestia umana".
Come ho ricordato nel precedente intervento, l'idea di dar vita ad un concept album (così lo definisce, bontà sua, l'amico Luca) nasce dal convincimento che musica e parole potessero essere fuse anche “al nostro livello” per una nobile causa, senza che apparissero autoreferenziali o, peggio, spocchiose ed intellettualmente impegnate (così si soleva dire nei confronti di quelle composizioni realizzate dagli artisti engagé della canzone ritenuta vagamente “colta”, molto in voga sul finire degli anni settanta e per buona parte degli anni ottanta).
In effetti, l'unico tratto caratteristico che ci contraddistingueva era la passione comune per la musica e per l'arte in senso lato, vissute non solo come momento socializzante ma anche creativo. Passione scevra da qualsiasi moda contingente, tesa alla costituzione di una qualche band rivoluzionaria, perché il momento dell'aggregazione risultava prioritario rispetto a tutti gli altri.
Né conformisti o, peggio, benpensanti, ma neppure alternativi, sebbene la band nasce come un gruppo aperto ad ogni tipo di contaminazione stilistica, benché fra le diverse correnti musicali, ai fini del progetto che intendeva porre in essere, opera una ben precisa scelta di campo. Infatti, aderisce senza indugio o ripensamenti di sorta alle suggestioni ed agli archetipi espressivi tipici del rock progressivo, che proprio in quegli anni aveva significativi esponenti anche in Italia, con gruppi di rilievo mondiale quali PFM, Banco del Mutuo Soccorso ed Area, per citare quelli più conosciuti.
L'evoluzione del gusto musicale dello scrivente deve molto alla assidua frequentazione, all'epoca, di Cecilio, il batterista del gruppo. Questi mi iniziò alla conoscenza di gruppi pop e rock che, ad onor del vero, in quella fase adolescenziale della mia vita, ignoravo quasi del tutto, invitandomi a trascorrere diverse ore nella sua mansarda nell'ascolto dei dischi a 33 giri, meglio noti come L.P., acronimo che sintetizzava il termine anglo sassone, oramai caduto in disuso, di long playng.
Grazie ad uno stereo collocato su un comò, che prendeva luce direttamente da una finestra sul tetto, i dischi di vinile dei Genesis, degli Eagles, dei King Krimson, delle Orme, dei New Trolls e di tanti altri, venivano letteralmente scavati ad libitum dal braccetto dello stereo, fino a quando non si cominciavano a percepire i primi fruscii, segno inequivocabile che l'ascolto doveva desistere e cedere il passo alla più prosaica conservazione del disco, vero e proprio oggetto di culto, apprezzato anche per la grafica e per il layout dei testi.
La passione per questo genere di musica ha certamente influenzato la stesura de la “Bestia umana”, sia sotto il profilo delle sonorità, dell'impiego degli strumenti, dell'uso stilistico degli stessi, nonché dei testi che intendevano riecheggiare ed ispirarsi al mondo dei cantautori, fenomeno musicale e culturale del momento, che, in taluni casi, nel contesto della canzone sembrava preferire l'aspetto testuale rispetto a quello musicale (da questo punto di vista si vedano i casi emblematici di De André, Gaber, Guccini).
L'idea di misurarsi con una tematica seria ed importante, quale quella del rapporto uomo-natura, era uno sprone per noi tutti a non cadere nella facile tentazione della massificazione delle idee e del piatto conformismo, le cui prime avvisaglie fecero capolino proprio sul finire degli anni ottanta, parallelamente al venir meno delle pulsioni verso il cambiamento e delle tensioni per le problematiche di interesse collettivo.
Non eravamo ancora ben consapevoli di che cosa il futuro ci avrebbe riservato, ma sicuramente nei primi anni ottanta furono poste le premesse della deriva edonistica e della esaltazione dell'individualismo e dell'egoismo più deteriori, le cui negative conseguenze sono ancora vive e drammaticamente attuali nella nostra società.
Per citare il testo della canzone, nella quartina conclusiva fa comparsa, una sottile vena di tristezza, forse perché si cominciava ad avvertire che il futuro non sarebbe stato più come il presente e che l'unico conforto rassicurante era l'illusione, dolce, di un sogno ormai in via di progressiva dissoluzione (sic!).
Una conclusione un po' pessimista, ma presaga di un avvenire tutt'altro che roseo. Però, in quella fase della nostra esistenza particolarmente vitale ed attiva, ricordo che in tutto quel tempo trascorso nella mansarda con Cecilio ad ascoltare musica e canzoni e a sognare ad occhi aperti, insieme a tanti altri amici che avevano eletto quel posto a luogo di ritrovo, nel contempo facevamo anche delle interminabili partite a ping-pong. Da allora continuo regolarmente a praticarlo con mio figlio, non smettendo mai di raccontargli come è nata quella passione.

Argentino D'AURO


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Con piacere ho appreso tempo fa da Argentino l'intenzione di dare un seguito allo scritto in cui aveva ricordato “La Bestia Umana”, brano introduttivo dell'omonima opera degli Sfaratthons, esperimento di rock borrellano di fine Anni Settanta.
Altre canzoni, infatti, componevano il “concept-album” e quasi tutte avevano in Argentino l'autore dei testi.
Il flauto dolce apre “La Dolce Illusione” con sonorità probabilmente ispirate da decine di brani Progressive degli Anni '70: Peter Gabriel coi Genesis e Ian Anderson dei Jethro Tull in primis avevano inserito il suono del flauto traverso in molti album, ma anche in Italia, la PFM o gli Osanna usarono frequentemente il flauto, in alcuni casi proprio quello dolce, e poi ricorderei gli abbozzi di rock sperimentale tentati dai Pooh, in cui Stefano D'Orazio spesso abbandonava la batteria per suonare proprio il flauto dolce, come Cecilio nel Gruppo dei nostri.
I toni diventano un po' cupi al momento della lettura iniziale della prima parte del testo, poi un arpeggio di chitarra elettrica dà vita ad un valzer lento che sfocia, gradualmente, in timbri decisamente più rockeggianti che culminano con un 6/8 dalle sonorità decisamente sincopate. I frequenti cambi di ritmo caratterizzano il brano fino alla fine.
La registrazione è sempre tratta dal Master originale, ossia un nastro SCOTCH dell'epoca.

Luca DI NUNZIO


LA DOLCE ILLUSIONE

Chissà se un giorno vedremo il futuro
o se lo vedremo imprigionati dietro un muro
A sfogare il nostro odio e la nostra rabbia
dietro le sbarre di qualche gabbia

Chissà se avremo un fratello, una famiglia
Una casa o dormiremo su un giaciglio di paglia
Se vedremo ancora un sole o una primavera
Che trascorre e si spegne nella tranquillità della sera

Se il cielo sarà cosparso di nuvole
E avranno significato le nostre parole
Se un sentimento, un bacio, una carezza
Ci daranno ancora un senso di certezza

Se ci saranno i soliti riti quotidiani
E se potremo stringerci le mani
Se sotto il cielo e la pioggia vitale
Germoglierà ogni esistenza vegetale

Non se sia l'impressione di un momento
O la sottile tristezza di un tormento
Per il bene che non sarà della mia generazione
Che ha perso ogni speranza e vive nella dolce illusione.





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